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La Nuova Esperienza al Carcere

La Nuova Esperienza al Carcere

 


 

I primi anni della formazione in seminario, nel cammino verso gli ordini sacri del diaconato e del presbiterato, prevedono diversi tipi di esperienze caritative che consentono a noi seminaristi di metterci in gioco in una dimensione, quella della carità, senza dubbio centrale per il ministero che, a Dio piacendo, ci sarà conferito.

Dall’inizio di quest’anno formativo si è concretizzata l’opportunità, per alcuni seminaristi del 4°anno, di incontrare i detenuti del carcere anconetano di Montacuto. Quest’esperienza ha luogo una volta alla settimana, e ha come ispirazione l’opera di misericordia corporale, appunto, di “visitare i carcerati”.

Posso affermare che è un’esperienza molto arricchente dal punto di vista umano e spirituale, perché abbiamo l’opportunità di raccontarci reciprocamente le nostre esperienze di vita. Nel tempo che viviamo insieme, ci rendiamo conto che la nostra formazione passa per la vicinanza e presenza in queste periferie esistenziali. Dietro un volto sfregiato (non solo fisicamente), un atteggiamento all’apparenza indisponente, oppure brusco, c’è un cuore “misero”, ferito, che ha estremo bisogno di fare esperienza della misericordia del Padre. Ed ecco che, sotto questo sguardo, il carcere, da luogo che ai più può apparire brutto, pericoloso, diventa invece spazio di prossimità, incontro, condivisione.

La prima cosa che ci ha colpito è il fatto che, fin dai primi incontri, non c’è stato il minimo impaccio o esitazione a nominare la parola “libertà”. A noi sembrava indelicato, perché poteva essere il “dito nella piaga”, ma in realtà questa parola esprime anche un loro grande desiderio, il quale si è palesato nella loro richiesta di voler comunicare con l’esterno. Concretamente, nel periodo di Natale, abbiamo dato loro l’opportunità di scrivere lettere e auguri alle nostre comunità parrocchiali, che con molto interesse hanno accolto e risposto.

A onor del vero possiamo anche testimoniare che non è facile mantenere, nelle relazioni instauratesi, un certo equilibrio: tra la sospensione del giudizio che presuppone un cuore e uno sguardo capaci di vedere l’uomo prima del suo errore e il dono di una relazione vera che non finge di fronte all’errore.

Questa esperienza mi sta lasciando tante domande e tanta gratitudine: se non avessi conosciuto l’amore, attraverso la mia famiglia, la Chiesa, delle relazioni sane, cosa ne sarebbe di me? Come orienterei le mie azioni? Quanto sarebbe chiuso il mio cuore? In fondo, nelle fonti francescane, il Santo d’Assisi diceva: “sapete che differenza c’è tra me e uno che sta in galera? Che il galeotto non ha conosciuto l’amore di Dio”.

Marco Petracci

Date

22 Gennaio 2018

Categories

Pastorale