La nostra pagina Facebook
Uno sguardo pieno di gratitudine

Uno sguardo pieno di gratitudine

UN EX ALUNNO RICORDA GLI ANNI DEL SEMINARIO

 

Cosa ricordare dei propri anni di seminario? 

Innanzi tutto un’evidenza: cominciano ad essere trascorsi sedici anni, un buon numero, sembravano meno! Questa sorpresa cerco di utilizzarla come chiave per aprire la porta dei ricordi e sbirciare in quelle stanze nelle quali da tanto tempo più non entro, per vedere con quali occhi le ritrovo. Un respiro e... via!  Inizio il viaggio. I luoghi pressappoco sono sempre quelli (oggi molto più colorati rispetto a qualche anno fa), i corridoi con quelle luci notturne che le sere d’inverno rendevano un po’ catacombali, quella scala dove si saliva e scendeva verso il cuore stesso del seminario: la cappella. Da essa e dalle sue modifiche mi rendo conto che gli anni della formazione sono stati anche di cambiamento per il seminario stesso: la memoria lunga e gloriosa di Fano cominciava a cedere il passo ad un seminario che iniziava ad avere una sua storia, una tradizione, una proposta educativa che raccoglieva le nuove sfide che cominciavano ad affacciarsi.  Una lunga escursione tra Calvario e Tabor: mi sembra una sintesi interessante per raccontare in maniera “sapienziale” i miei anni di seminarista: il Calvario con la grande croce che sormontava il vecchio presbiterio e il Tabor della Trasfigurazione della grande icona del nuovo presbiterio. In queste due immagini ritrovo un ragazzo di vent’anni, un po’ timido e un po’ testardo che, con tanta fatica e passione, ha cercato di seguire Chi lo aveva fissato amandolo, scoprendo che ciò non poteva essere vissuto da solo, ma insieme alla Chiesa che cominciava da chi abitava quei corridoi, ma che poi si apriva al mondo, quello che saliva con i suoi rumori dal centro di Ancona quando andavamo a passeggiare “dai Rosenthal” (così era soprannominata la classica passeggiata che portava fino al parco!). Oggi guardo quei giorni in maniera grata, quelle fatiche, quei “No” a volte inghiottiti a forza, quelle decisioni a volte incomprensibili che mi portavano ad abbinare il termine “formativo” ad “assurdo”...  essi non erano altro che la cura paterna di chi doveva prima di tutto fare, di giovani adolescenti, degli uomini tra cui la Chiesa poteva scegliere dei pastori. E allora tutto è grazia perché è stata la strada per uscire da te, lasciare le tue corazze, ed essere più libero di seguire il Maestro.

Da queste stanze escono poi album pieni di foto, dalla scoperta del propedeutico, la prima sera del seminario (ero tra le prime quattro cavie!) e l’arrivo nella polverosa canonica in disuso di Castel d’Emilio (alias Castel d’Esilio, per noi) fino all’esperienza nei container di Colfiorito a seguito del terremoto del 1997. Torna alla mente anche il dito fasciato di un seminarista che prende fuoco durante una celebrazione in cappella, per passare alla fatidica “gluppa”, compagna di mille avventure, con dentro la sua immancabile insalata di riso, tovaglia a scacchi arancione e pane fresco di cella frigorifera con bottiglia di vino: la colazione del campione! Mentre scrivo rido, perché ne vedo tanti altri di ricordi dal sapore fantozziano, ma pieni della vita di quei giovani, ora attempati parroci qua e là nelle Marche, in un seminario che poco aveva di clericale ma che cercava di farli attenti a scoprire l’opera di Dio in loro. Essa così diventava visibile nei fratelli che incontravano in giro con i vecchi pulmini, nella passione per lo studio, con quei professori “memorabili”, formatori di generazioni di preti. Come non ricordare don Mauro Costantini e il suo esempio dell’“Iceberg” per spiegare il Mistero, padre Oscar Serfilippi e le sue esclamazioni sulla Grazia (e il gelato di fine corso), don Duilio Bonifazi con la sua capacità di sintesi teologica, inevitabilmente trasmessa con la cadenza fermana e non da ultimo don Agostino Gasperoni, con il suo temutissimo esame scritto infinito e l’amore per la Parola, trasmessa dal suo scandire nel pronunciarla... i loro nomi sono scritti nei cieli e nella misericordia di Dio.

Non volevo scendere troppo nei particolari, ma dopo tanti anni rileggere un vissuto nel profondo è un'opportunità che il Signore mi sta donando… insieme a qualche capello che comincia ad essere bianco, il seminarista -oggi prete- che percorreva come una spoletta il Calvario e il Tabor, ha vissuto la Pasqua che unifica questi momenti, memore che questo dono è stato preparato da una comunità. Essa insieme ai suoi due rettori, don Vincenzo e don Antonio, ai vice rettori don Carlo e don Francesco, a don Adriano padre spirituale, non ha fatto altro che ricordargli che sarebbe stato, fuori dal seminario, un prodotto “semilavorato” e che solo in Lui, in Cristo, nella sua croce e risurrezione, il ministero donato avrebbe attraversato le stagioni della vita del prete, senza morirci dentro. E’ la Pasqua del Signore, è la pasqua di un prete che ha attraversato i “due millenni” e che ora, quarantenne, esprime la gratitudine che forse, nel fuoco della giovinezza, gli era sembrata non necessaria.

 

Don Pierluigi Bartolomei   

 

Date

20 Marzo 2018

Categories

Su di noi