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I nostri fratelli del quinto anno, Giuseppe, Josimar, Lorenzo e Paolo hanno trascorso la loro esperienza estiva presso il Cottolengo di Torino. Lorenzo ci racconta come ha vissuto questo tempo.

Questa estate il quarto anno ha vissuto la propria esperienza di servizio presso la “Piccola Casa della Divina Provvidenza” di Torino, fondata dal Santo Giuseppe Benedetto Cottolengo. Una struttura molto grande che dalla seconda metà del 1800 accoglie tantissimi ammalati e disabili.

Non è facile raccontare, in poche righe, quello che è stato per me tutto questo. 

Io sono stato inviato nel reparto di lungodegenza dell’ospedale della casa. Il mio ruolo per quello del volontario che si occupava di aiutare gli OSS nello svolgimento del loro lavoro in alcuni servizi di trasporto e di cambio lenzuola e letti.

Tra le prime cose che ho potuto notare di questo ospedale è il livello molto alto di attenzione e di cura a tutta la persona: non ho mai visto un operatore o un infermiere trattar male un paziente, ma sempre con pazienza e con la fermezza necessaria si sono sempre occupati di tutta la persona in ogni sua dimensione (fisica e affettiva).

Uno dei miei compiti era quello di avvicinarmi alle persone anche per tenere loro compagnia e per parlare loro nei momenti più pesanti.

Ho avuto modo di ascoltare tantissime storie di sofferenza, di ferite, di solitudine, ma posso anche dire di aver visto persone riconciliarsi con la propria vita e poter così vivere il tempo che gli è rimasto su questa terra con serenità e in pace con la propria vita.

Una delle cose che più mi hanno toccato in quei giorni è stata l’esperienza della morte: durante il mio servizio ho visto morire quattro persone. Un’esperienza che per l’ospedale, come mi diceva la caposala, era ormai di routine e di fronte alla quale non si è mai pronti ed è sempre difficile da vivere anche da chi, come gli operatori e gli infermieri donano la vita per tutte queste persone.

Proprio questa esperienza forte mi ha aiutato a capire bene una frase che il Cottolengo soleva dire ai suoi confratelli: “trovate Cristo nell’ammalato”. Dopo queste due settimane io non posso nascondere che questo è il degno sunto di questa esperienza: ogni volta che ritornavo in foresteria per il pranzo o la cena, dopo il mio servizio, il pensiero che mi accompagnava era sempre “Anche oggi Signore ti ho incontrato”. E di fronte al Signore che passa nella vita e nel momento della morte di queste persone ho imparato una cosa molto importante: il silenzio. Mi sono reso conto che non ci si può avvicinare ad un malato con la pretesa di dirgli una parola che lo aiuti o addirittura pensando di portare Gesù. Di fronte al mistero della malattia si deve stare in silenzio.

Gesù nella malattia non impone insegnamenti, ma propone la sua presenza silenziosa e amorevole.

Da un mese sono stato istituito accolito: ministro dell’altare che è chiamato a servire Cristo sia nella liturgia sia nel corpo soprattutto nelle membra più deboli e sofferenti.

Questa esperienza estiva mi è stata di scuola rispetto al ministero ricevuto perché ho davvero potuto capire concretamente che il Signore lo si incontra anche e in modo del tutto particolare nelle membra sofferenti del suo corpo e di tutto ciò, come amano salutarsi in questa casa, posso solo dire “Deo gratias”.