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I fratelli del Primo Biennio hanno trascorso la loro esperienza estiva nella Comunità Ecumenica di Taizè in Francia. Pietro ci racconta come ha vissuto questo tempo.

Come ogni anno arriva il fatidico giorno di conclusione della vita comunitaria e, dopo il pranzo, si salutano i compagni di Seminario per andare chi in parrocchia e chi nelle proprie case. Nelle proprie case e nelle comunità di origine tornano proprio i seminaristi del primo e secondo anno, chiamati a vivere un tempo di discernimento che ancora non si verifica nel tirocinio pastorale.

Gli esami da dare sono molti, e per questo motivo per la maggior parte dei seminaristi le ultime settimane di giugno sono tempo di studio, dove tra la fatica e il caldo si prova a terminare anche l’anno accademico.

Dato l’ultimo esame arriva il tempo della gioia. Ci si incammina verso casa, solitamente sfrecciando per le statali della regione. Arrivati, si lasciano le valigie in soggiorno e si corre ad incontrare tutti, familiari ed amici, non da ultimi i parrocchiani, che nel silenzio della quotidianità fanno il tifo per noi. Poi luglio si alterna tra tempi di riposo e campi, entrambi importanti e belli, che donano la grazia di arricchire il cammino verso il presbiterato di volti e storie, ognuna particolare.

Senza nemmeno accorgersi è agosto e con questo arriva l’esperienza estiva, dove tutti i seminaristi (divisi per bienni), vivono una settimana di condivisione, preghiera e servizio. Quest’anno è stata la volta di Taizé, comunità ecumenica di monaci, in Francia, dove abbiamo potuto gustare la bellezza della comunione nella semplicità. Poi si continua con campi e esperienze in diocesi, ma anche qui non manca il riposo e con questo la lettura dei diversi libri lasciati in sospeso dal tempo del Seminario.

L’estate, per quanto lunga, passa in fretta, ed è già l’ora di tornare a studiare, perché spesso settembre è il tempo per concludere gli ultimi esami della sessione lasciati indietro. Con calma si rientra a casa e nella quotidianità, per aspettare di incontrare di nuovo tutti i compagni, e cominciare un nuovo anno che prepara il cuore al dono più bello e inaspettato, quello di vivere la propria vocazione.

I nostri fratelli del quarto anno hanno trascorso la loro esperienza estiva presso il Cottolengo di Torino. Lorenzo ci racconta come ha vissuto questo tempo.

Questa estate il quarto anno ha vissuto la propria esperienza di servizio presso la “Piccola Casa della Divina Provvidenza” di Torino, fondata dal Santo Giuseppe Benedetto Cottolengo. Una struttura molto grande che dalla seconda metà del 1800 accoglie tantissimi ammalati e disabili.

Non è facile raccontare, in poche righe, quello che è stato per me tutto questo. 

Io sono stato inviato nel reparto di lungodegenza dell’ospedale della casa. Il mio ruolo per quello del volontario che si occupava di aiutare gli OSS nello svolgimento del loro lavoro in alcuni servizi di trasporto e di cambio lenzuola e letti.

Tra le prime cose che ho potuto notare di questo ospedale è il livello molto alto di attenzione e di cura a tutta la persona: non ho mai visto un operatore o un infermiere trattar male un paziente, ma sempre con pazienza e con la fermezza necessaria si sono sempre occupati di tutta la persona in ogni sua dimensione (fisica e affettiva).

Uno dei miei compiti era quello di avvicinarmi alle persone anche per tenere loro compagnia e per parlare loro nei momenti più pesanti.

Ho avuto modo di ascoltare tantissime storie di sofferenza, di ferite, di solitudine, ma posso anche dire di aver visto persone riconciliarsi con la propria vita e poter così vivere il tempo che gli è rimasto su questa terra con serenità e in pace con la propria vita.

Una delle cose che più mi hanno toccato in quei giorni è stata l’esperienza della morte: durante il mio servizio ho visto morire quattro persone. Un’esperienza che per l’ospedale, come mi diceva la caposala, era ormai di routine e di fronte alla quale non si è mai pronti ed è sempre difficile da vivere anche da chi, come gli operatori e gli infermieri donano la vita per tutte queste persone.

Proprio questa esperienza forte mi ha aiutato a capire bene una frase che il Cottolengo soleva dire ai suoi confratelli: “trovate Cristo nell’ammalato”. Dopo queste due settimane io non posso nascondere che questo è il degno sunto di questa esperienza: ogni volta che ritornavo in foresteria per il pranzo o la cena, dopo il mio servizio, il pensiero che mi accompagnava era sempre “Anche oggi Signore ti ho incontrato”. E di fronte al Signore che passa nella vita e nel momento della morte di queste persone ho imparato una cosa molto importante: il silenzio. Mi sono reso conto che non ci si può avvicinare ad un malato con la pretesa di dirgli una parola che lo aiuti o addirittura pensando di portare Gesù. Di fronte al mistero della malattia si deve stare in silenzio.

Gesù nella malattia non impone insegnamenti, ma propone la sua presenza silenziosa e amorevole.

Da un mese sono stato istituito accolito: ministro dell’altare che è chiamato a servire Cristo sia nella liturgia sia nel corpo soprattutto nelle membra più deboli e sofferenti.

Questa esperienza estiva mi è stata di scuola rispetto al ministero ricevuto perché ho davvero potuto capire concretamente che il Signore lo si incontra anche e in modo del tutto particolare nelle membra sofferenti del suo corpo e di tutto ciò, come amano salutarsi in questa casa, posso solo dire “Deo gratias”.

Ai fratelli del Quinto Anno è stata proposta l'esperienza di un mese in missione. Francesco ci racconta la sua missione in Perù.

«Hola carissimo Francesco! Che bello sentirti! Un saluto da Hermana Miriam!», superiora della piccola casa delle suore cappuccine di Madre Francesca Rubatto (anche a Fabriano). «Mi ha detto che mi avresti scritto! Sono molto contento di poterti accogliere! Io sono padre Luca Zanta, prete diocesano di Milano fidei donum da due anni parroco di San Francisco de Asís a Pucallpa, ultima frontiera sul fiume Ucayali prima di inoltrarci nella foresta amazzonica peruviana. Da Milano, con me, ci sono il vescovo Gaetano, Silvia Giacomo e Diego, due laici fidei donum e il loro bimbo”. Con l’entusiasmo che sprigionava da questo messaggio di don Luca, dal 16 luglio al 14 agosto ho vissuto l’esperienza missionaria estiva che propone il seminario al termine del V anno di formazione. Il 13 luglio a Imola, tre giorni prima della partenza, ho vissuto l’ordinazione episcopale del mio parroco di tirocinio, don Giovanni Mosciatti (san Facondino, Sassoferrato). A Pucallpa il 27 luglio ho ricevuto la notizia della data dell’ordinazione diaconale (26 ottobre a Fabriano) e il 6 agosto hanno anche nominato il nuovo vescovo di Pucallpa, mons. Augusto!

Comprendere una realtà di Chiesa Locale profondamente differente rispetto a quella che si vive nella quotidianità, cercando di inculturarsi e vederne il positivo è una bella avventura! Tra le tante esperienze, tutti i pomeriggi ero al doposcuola dei ragazzi più poveri che le suore cappuccine curavano e facevano mangiare. Accompagnavo personalmente padre Luca nelle case per le Unzioni dei Malati e l’Eucaristia. Ho fatto esperienza di molte attività vicariali (diocesane) con i seminaristi locali, visitando alcune parrocchie della città. La tenerezza materna di Maria ha accompagnato la trepidazione di questi mesi: come riuscire a superare ogni limite di tempo e di spazio perché un cuore possa sempre vibrare di gioia? Anche a 20.000 km da casa e dal seminario? Prima, durante e dopo la missione? Solo con l’Amore di Dio!