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L'icona della Trasfigurazione ci svela la presenza misteriosa e salvifica di Cristo in mezzo a noi e la liturgia è il segno tangibile in cui si compie il miracolo di vedere, attraverso gli occhi della fede, la presenza reale del Figlio di Dio Salvatore. È come se ogni volta che celebriamo la liturgia i nostri occhi si aprissimo e riconoscessimo nel presbitero, nel Vescovo che presiede, nel segno della Parola, nel Pane consacrato, questa presenza. Ogni volta che celebriamo la liturgia saliamo sul monte della Trasfigurazione: ecco perché questa icona è stata posta al centro del presbiterio della nostra cappella.

Ognuno deve tendere sempre come credente a riconoscere la presenza del Salvatore. Ci sono tanti particolari in questa icona: il pane nelle mani del profeta Elia e il rotolo della legge in Mosè, rappresentano i due punti fondamentali del mistero: la Parola e il Pane. Una Parola e un Pane che vengono ricevuti e donati. S. Agostino dice "Io mi nutro di ciò di cui nutro voi stessi". Egli è consapevole del bisogno di nutrirsi prima lui e poi di nutrire la comunità. Il Pane è lo stesso, la Parola è la stessa che nutre Agostino e, attraverso Agostino, nutre la Chiesa. È una dinamica che ognuno è chiamato a vivere: quella di ricevere per poter donare.

Il secondo particolare è l'atteggiamento di Pietro che sta sulla sinistra: ha il dito che indica chiaramente Gesù, il Maestro. Egli è l'immagine di colui che guarda alla comunità e la sua funzione è quella di indicare il Signore presente nel mondo. Giacomo, invece, è incerto: non si capisce se guarda Pietro che gli indica il Maestro o se si rivolge direttamente a Gesù. Rappresenta l'atteggiamento di ogni cristiano che per arrivare a Cristo ha bisogno di sperimentare l'incontro con testimoni adulti nella fede. Occorre vivere in comunione. Pietro, Giacomo e Giovanni devono essere uniti. Chi si stacca rischia di perdersi nel buio. L'essere uniti salvaguarda la nostra fede e la fede della Chiesa, della comunità che lo Spirito affida al Vescovo e al suo presbiterio.

Poi c'è la figura di Giovanni, il cristiano maturo. È ripiegato ai piedi del Maestro ed è davanti a Pietro. È un uomo che vive un'unità profonda, intima con il Signore. Tiene in mano un vasetto dal quale esce abbondante olio profumato. Questo ci aiuta a capire bene che valore ha la liturgia: è il "santo spreco". Un giorno Maria di Betania (Gv 12) decide di amare Gesù e di amarlo con un gesto apparentemente inutile e gratuito ma che esprime l'amore più vero e più profondo che non sta a misurarsi. È un gesto che non sembra avere un senso, ma quel gesto paradossale d'amore gratuito verso la persona di Cristo è la ragione di un profumo che si diffonde e coinvolge tutti. La cosa che qualifica la scena nella casa di Betania è il versare trecento denari di nardo purissimo ai piedi di Gesù. Trecento denari sono dieci volte il prezzo pagato per il suo tradimento. La liturgia deve collocarsi in questo contesto di gratuità, di assoluto spreco, di abbondanza senza limitazioni, di un dare tutto per tutto. 

Come presbiteri dobbiamo pensare alla relazione tra il presbitero e la liturgia. Solo così le comunità capiranno che lì si gioca tutto. Dobbiamo metterci tutta la passione di chi è innamorato e che tutte le volte che dice una parola d'amore sente subito dopo di non averla detta abbastanza bene, tanto da volerci ritornare sopra. Poi c'è il problema di Giuda: questo spreco poteva, secondo lui, essere dato ai poveri. È il dubbio che spesso impedisce alle nostre liturgie di essere celebrazioni nelle quali c'è uno spreco, magari perché stiamo troppo attenti ai tempi o perché la preparazione è limitata. Ma la risposta di Gesù ci illumina: i poveri li avremo sempre con noi. Non ci distoglie dai poveri ma ci svela che i poveri sono ciò che interessa la Chiesa tra una liturgia e l'altra. La storia ci insegna che quando una Chiesa sa sprecare nella liturgia, sa anche amare i poveri. Una Chiesa che non sa amare lo sposo, il Signore, tradisce i poveri. L'immagine di Giovanni che spreca dell'olio ci dice quanto egli amasse Gesù. 

Tutte le volte che la vediamo dobbiamo ricordarci che non abbiamo ancora fatto abbastanza per amare il Signore.

  

 

Quando Gesù dice “vieni e seguimi!” ci propone un’avventura meravigliosa: stare dietro a Lui significa, a qualsiasi età, lasciare tutto e annunciare al mondo intero l’Amore di Dio! Prima del “sì” definitivo, la Chiesa propone un cammino di sette anni a coloro che si sentono chiamati da Cristo a diventare sacerdoti. Qualcuno si domanderà: cosa fanno 39 giovani in seminario?  Beh, vediamo più da vicino una loro settimana “tipo”…

Il Vespro solenne della domenica dà il “la” a alla settimana: tutti i seminaristi (chi dalla propria diocesi per il tirocinio pastorale, chi da altre esperienze ecclesiali del week-end) rientrano in seminario per questa preghiera prima di cena.

Ogni giorno, dopo la sveglia delle 6.30, i seminaristi scendono in cappella per il momento di preghiera mattutino: lodi comunitarie e meditazione personale oppure la santa Messa. Poi di corsa a colazione.

Alle 8.40 la campanella richiama tutti all’ordine per l’inizio delle lezioni. Infatti, dal lunedì al venerdì, si frequentano i corsi dell’Istituto Teologico Marchigiano, che per fortuna dei ragazzi si trova nella stessa sede del Seminario. Dopo quattro ore di scuola, viene condiviso il pranzo in refettorio e dalle 13.30 alle 15.00 è previsto un tempo di riposo. Alcuni sfruttano questo momento per passeggiare e dialogare, altri per schiacciare un pisolino, mentre i più sportivi giocano a ping-pong, calcetto, pallavolo… Dopodiché è lo studio personale a impegnare il seminarista per tutto il pomeriggio.

Dal tardo pomeriggio fino all’ora di cena sono previsti incontri e attività, comuni o differenziati in base all’anno formativo di ciascuno. Ecco alcuni esempi. Il martedì, divisi in gruppi, si condividono le riflessioni personali sulle letture della domenica precedente (la “collatio”). Il mercoledì i formatori tengono incontri specifici su temi attinenti la vita sacerdotale: preghiera, spiritualità, crescita umana e pastorale. Il cuore della settimana è la serata del giovedì perché, in un clima di silenzio e digiuno, si vive un tempo di Adorazione Eucaristica; in questo momento è proprio la relazione a tu per Tu con Gesù a ricordare chi è la Sorgente dell’Amore. Il venerdì, divisi in gruppi i seminaristi approfondiscono, meditano e pregano le Letture della domenica successiva.

Con la Celebrazione Eucaristica del sabato mattina, ringraziando Dio per tutti i doni ricevuti nella settimana, si affidano a Lui le varie esperienze che i seminaristi vivranno durante la Domenica…

… e la settimana ricomincia!

I fratelli del Primo Biennio hanno trascorso la loro esperienza estiva nella Comunità Ecumenica di Taizè in Francia. Pietro ci racconta come ha vissuto questo tempo.

Come ogni anno arriva il fatidico giorno di conclusione della vita comunitaria e, dopo il pranzo, si salutano i compagni di Seminario per andare chi in parrocchia e chi nelle proprie case. Nelle proprie case e nelle comunità di origine tornano proprio i seminaristi del primo e secondo anno, chiamati a vivere un tempo di discernimento che ancora non si verifica nel tirocinio pastorale.

Gli esami da dare sono molti, e per questo motivo per la maggior parte dei seminaristi le ultime settimane di giugno sono tempo di studio, dove tra la fatica e il caldo si prova a terminare anche l’anno accademico.

Dato l’ultimo esame arriva il tempo della gioia. Ci si incammina verso casa, solitamente sfrecciando per le statali della regione. Arrivati, si lasciano le valigie in soggiorno e si corre ad incontrare tutti, familiari ed amici, non da ultimi i parrocchiani, che nel silenzio della quotidianità fanno il tifo per noi. Poi luglio si alterna tra tempi di riposo e campi, entrambi importanti e belli, che donano la grazia di arricchire il cammino verso il presbiterato di volti e storie, ognuna particolare.

Senza nemmeno accorgersi è agosto e con questo arriva l’esperienza estiva, dove tutti i seminaristi (divisi per bienni), vivono una settimana di condivisione, preghiera e servizio. Quest’anno è stata la volta di Taizé, comunità ecumenica di monaci, in Francia, dove abbiamo potuto gustare la bellezza della comunione nella semplicità. Poi si continua con campi e esperienze in diocesi, ma anche qui non manca il riposo e con questo la lettura dei diversi libri lasciati in sospeso dal tempo del Seminario.

L’estate, per quanto lunga, passa in fretta, ed è già l’ora di tornare a studiare, perché spesso settembre è il tempo per concludere gli ultimi esami della sessione lasciati indietro. Con calma si rientra a casa e nella quotidianità, per aspettare di incontrare di nuovo tutti i compagni, e cominciare un nuovo anno che prepara il cuore al dono più bello e inaspettato, quello di vivere la propria vocazione.

I nostri fratelli del quarto anno hanno trascorso la loro esperienza estiva presso il Cottolengo di Torino. Lorenzo ci racconta come ha vissuto questo tempo.

Questa estate il quarto anno ha vissuto la propria esperienza di servizio presso la “Piccola Casa della Divina Provvidenza” di Torino, fondata dal Santo Giuseppe Benedetto Cottolengo. Una struttura molto grande che dalla seconda metà del 1800 accoglie tantissimi ammalati e disabili.

Non è facile raccontare, in poche righe, quello che è stato per me tutto questo. 

Io sono stato inviato nel reparto di lungodegenza dell’ospedale della casa. Il mio ruolo per quello del volontario che si occupava di aiutare gli OSS nello svolgimento del loro lavoro in alcuni servizi di trasporto e di cambio lenzuola e letti.

Tra le prime cose che ho potuto notare di questo ospedale è il livello molto alto di attenzione e di cura a tutta la persona: non ho mai visto un operatore o un infermiere trattar male un paziente, ma sempre con pazienza e con la fermezza necessaria si sono sempre occupati di tutta la persona in ogni sua dimensione (fisica e affettiva).

Uno dei miei compiti era quello di avvicinarmi alle persone anche per tenere loro compagnia e per parlare loro nei momenti più pesanti.

Ho avuto modo di ascoltare tantissime storie di sofferenza, di ferite, di solitudine, ma posso anche dire di aver visto persone riconciliarsi con la propria vita e poter così vivere il tempo che gli è rimasto su questa terra con serenità e in pace con la propria vita.

Una delle cose che più mi hanno toccato in quei giorni è stata l’esperienza della morte: durante il mio servizio ho visto morire quattro persone. Un’esperienza che per l’ospedale, come mi diceva la caposala, era ormai di routine e di fronte alla quale non si è mai pronti ed è sempre difficile da vivere anche da chi, come gli operatori e gli infermieri donano la vita per tutte queste persone.

Proprio questa esperienza forte mi ha aiutato a capire bene una frase che il Cottolengo soleva dire ai suoi confratelli: “trovate Cristo nell’ammalato”. Dopo queste due settimane io non posso nascondere che questo è il degno sunto di questa esperienza: ogni volta che ritornavo in foresteria per il pranzo o la cena, dopo il mio servizio, il pensiero che mi accompagnava era sempre “Anche oggi Signore ti ho incontrato”. E di fronte al Signore che passa nella vita e nel momento della morte di queste persone ho imparato una cosa molto importante: il silenzio. Mi sono reso conto che non ci si può avvicinare ad un malato con la pretesa di dirgli una parola che lo aiuti o addirittura pensando di portare Gesù. Di fronte al mistero della malattia si deve stare in silenzio.

Gesù nella malattia non impone insegnamenti, ma propone la sua presenza silenziosa e amorevole.

Da un mese sono stato istituito accolito: ministro dell’altare che è chiamato a servire Cristo sia nella liturgia sia nel corpo soprattutto nelle membra più deboli e sofferenti.

Questa esperienza estiva mi è stata di scuola rispetto al ministero ricevuto perché ho davvero potuto capire concretamente che il Signore lo si incontra anche e in modo del tutto particolare nelle membra sofferenti del suo corpo e di tutto ciò, come amano salutarsi in questa casa, posso solo dire “Deo gratias”.

Ai fratelli del Quinto Anno è stata proposta l'esperienza di un mese in missione. Francesco ci racconta la sua missione in Perù.

«Hola carissimo Francesco! Che bello sentirti! Un saluto da Hermana Miriam!», superiora della piccola casa delle suore cappuccine di Madre Francesca Rubatto (anche a Fabriano). «Mi ha detto che mi avresti scritto! Sono molto contento di poterti accogliere! Io sono padre Luca Zanta, prete diocesano di Milano fidei donum da due anni parroco di San Francisco de Asís a Pucallpa, ultima frontiera sul fiume Ucayali prima di inoltrarci nella foresta amazzonica peruviana. Da Milano, con me, ci sono il vescovo Gaetano, Silvia Giacomo e Diego, due laici fidei donum e il loro bimbo”. Con l’entusiasmo che sprigionava da questo messaggio di don Luca, dal 16 luglio al 14 agosto ho vissuto l’esperienza missionaria estiva che propone il seminario al termine del V anno di formazione. Il 13 luglio a Imola, tre giorni prima della partenza, ho vissuto l’ordinazione episcopale del mio parroco di tirocinio, don Giovanni Mosciatti (san Facondino, Sassoferrato). A Pucallpa il 27 luglio ho ricevuto la notizia della data dell’ordinazione diaconale (26 ottobre a Fabriano) e il 6 agosto hanno anche nominato il nuovo vescovo di Pucallpa, mons. Augusto!

Comprendere una realtà di Chiesa Locale profondamente differente rispetto a quella che si vive nella quotidianità, cercando di inculturarsi e vederne il positivo è una bella avventura! Tra le tante esperienze, tutti i pomeriggi ero al doposcuola dei ragazzi più poveri che le suore cappuccine curavano e facevano mangiare. Accompagnavo personalmente padre Luca nelle case per le Unzioni dei Malati e l’Eucaristia. Ho fatto esperienza di molte attività vicariali (diocesane) con i seminaristi locali, visitando alcune parrocchie della città. La tenerezza materna di Maria ha accompagnato la trepidazione di questi mesi: come riuscire a superare ogni limite di tempo e di spazio perché un cuore possa sempre vibrare di gioia? Anche a 20.000 km da casa e dal seminario? Prima, durante e dopo la missione? Solo con l’Amore di Dio!

 

Patrona del nostro Seminario è la Beata Vergine di Loreto, presente nella nostra cappella e a cui affidiamo la nostra comunità al termine del Santo Rosario