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“Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano”(Osea 11,3). La crescita di ogni uomo è segnata dal gesto semplice dei genitori, che ci hanno preso la mano per insegnarci a camminare. Così fa anche Gesù coi suoi discepoli, in ogni tempo, invitandoci sempre a prendere il largo, a passare all’altra riva.

Diventare presbiteri, padri nella fede e guide della comunità, rimanda continuamente alla necessità di sentirci figli, ai quali Gesù ha insegnato a chiamare Dio con il nome di Padre.

Queste righe introducono la nostra Regola di Vita comunitaria, che scandisce e delinea la formazione e lo "stile" del nostro vivere insieme. E’ uno strumento prezioso, specie in questo tempo in cui è facile temere l’essere figlio come sinonimo di dipendenza e mancanza di libertà, ed intendere l’emancipazione come assoluta indipendenza e autonomia. [...]

La Regola di vita comunitaria ci aiuta a riconoscere che c’è un tempo per ogni cosa; ci aiuta a far dialogare le diversità, a puntare in alto senza dimenticare il senso di ciò che viviamo ogni giorno; ci aiuta a vivere il mistero della libertà dentro il travaglio fecondo dell’obbedienza; ci aiuta a perdere noi stessi nella gioia di scoprire ciò che è essenziale. In una parola, ci aiuta a trasfigurare la nostra vita passando per il mistero della croce. Ma essa è solo uno strumento: l’osservanza scrupolosa non garantisce nulla, senza il desiderio profondo di appartenere a Gesù, di essere annoverati tra i “suoi”, di sentirci chiamati a “stare con lui”.

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