Sua è stata la lotta, nostra la corona

di: don Mirco Micci

10 Apr 2021

“Quello che mi fa arrabbiare è che praticamente, se ci pensi, abbiamo vissuto un anno e mezzo di meno per via di sto Covid” così si sfoga il mio maestro di tennis stamattina (forse leggendomi, mi farà pagare il doppio la prossima lezione). A me invece in questi giorni ronzava per la testa questo versetto del Vangelo: “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù” (Gv 20, 19).

Tra i Vangeli dell’apparizione del Risorto, questo versetto ha per me una cassa di risonanza inedita in questo anno così particolare. 

Dietro queste righe mi vedo il volto del Cristo che con un sorriso umile, mi provoca. Come se rivolgendomi la parola mi dicesse: è vero che ci sono sere rigate di lacrime o scandite dal coprifuoco, ci sono porte chiuse per paure, per chiusure o per le zone rosse a singhiozzo, ci sono timori di ogni tipo. Ma niente potrà impedirmi di venire a te, se lo vorrai. Questi tempi potrebbero essere proprio il viaggio di andata verso Emmaus. Un viaggio pesantuccio, con motivi validi e legittimi, ma in cui si rischia di recitare la parte degli sconfitti, seguendo un copione dal finale scontato. Proprio perché il Risorto è mite vincitore della morte lascio risuonare le parole di alcuni padri della Chiesa che, pur in tempi di persecuzioni, non avevano affatto voglia di recitare la parte degli sconfitti.

Immagina, dicono, che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. 
Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno che teneva schiava la città e, con immane fatica e sofferenza, lo ha vinto. 
Tu eri sugli spalti, non hai combattuto, non hai né faticato né riportato ferite. 
Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, se provochi e scuoti per lui l’assemblea, se ti inchini con gioia al trionfatore, gli baci il capo e gli stringi la destra; 
insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come tua la sua vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore.
Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri, più di ogni altra cosa, vedere onorato il suo fautore e consideri quale premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico, in tal caso quell’uomo non otterrà forse la corona, anche se non ha né faticato né riportato ferite? Certo che l’otterrà! 
Così avviene tra Cristo e noi. 
È lui il valoroso che sulla croce ha vinto il grande tiranno del mondo e ci ha ridato la vita. Le nostre spade non sono insanguinate, non siamo stati nell’agone, non abbiamo riportato ferite, la battaglia non l’abbiamo neppure vista, ed ecco che otteniamo la vittoria. 
Sua è stata la lotta, nostra la corona. 

Ecco, semplicemente non è vero che abbiamo vissuto un anno di meno. L’annuncio della Pasqua ci ricorda che “in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rom 8, 37). 

L’annuncio della Pasqua ci rimetta allora in cammino sul viaggio del ritorno, da Emmaus a Gerusalemme, un viaggio più leggero, un viaggio in buona compagnia.